Monday, December 18, 2017

Addio del passato (cit. Violetta)

Mi ero ripromessa di non scrivere più critica musicale, ma in questo caso non posso evitarlo, quello che conta è la situazione. Nel giro di due giorni ho ascoltato due concerti, due mondi separati solo dalle Alpi e... da qualche secolo.

Venerdì sono stata invitata ad un Hauskonzert. Un signore avanti con gli anni, che in gioventù aveva studiato legge e violino scegliendo la prima come mestiere ed il secondo come passione, ha raccolto alcuni amici, alcuni professionisti, altri che come lui non hanno mai smesso di suonare, per un piccolo concerto casalingo. L'organizzatore, ora in pensione, appartiene a quel gruppo di studenti di geologia (ecco il collegamento con il blog!) che dopo il pensionamento han deciso di coronare un sogno che evidentemente non dava speranze occupazionali. Per il concerto è stato scelto un repertorio non facile, due concerti brandeburghesi ed un trio dall'Offerta Musicale di J.S. Bach. Quello che si è sentito è stata quasi una lettura dei brani. Imperfetta, certo, ma senza alcuna pretesa concertistica. Volevano solo condividere con un numero ristretto di parente ed amici la gioia di suonare assieme, di suonare ancora e di suonare Bach. La signora di casa non ha suonato, ma si è prodigata a preparare da mangiare e bere per tutti gli ospiti, coinvolgendo i nipotini.

Haydn invece di Schubert (qui), ma sempre concerto casalingo.
Sabato sono andata al Musikverein per un concerto italiano. Un'amica aveva i biglietti ed ha raccolto un cospicuo numero di conoscenti. Posto ottimo, in galleria ma con buona visuale. L'acustica nella Sala d'Oro è sempre discreta. Programma prevalentemente operistico italiano, con un paio di incursioni in terra tedesca, tra cui Wagner e Mozart. Alla pausa me ne sono tornata a casa. Qui l'intenzione concertistica c'era e come. L'orchestra, il coro ed i solisti comprendevano elementi piuttosto giovani in media, ma non adolescenti, per cui certe sbavature o ingenuità non si perdonano tanto facilmente. L'idea poi di imbarcarsi in Wagner... I solisti, eccetto uno dei due soprani, con qualche limite tecnico. Purtroppo è mancato pure l'entusiasmo trascinante del repertorio nazional-popolare. A difesa posso dire di aver ascoltato di peggio al Musikverein, pure con nomi austriaci blasonati, e che l'estrapolazione di arie da opere per un concerto mi indispone a priori, mancando il coinvolgimento emotivo della storia narrata. La sala era piena, per lo più di connazionali e di turisti.

Conclusione. Da un lato la famiglia benestante austriaca che ha coltivato la passione per la musica, dall'altro un'orchestra relativamente giovanile che cerca di farsi un nome a livello internazionale suonando il proprio forte nel tempo della musica Viennese (per non dire mondiale, considerando che il concerto di Capodanno è trasmesso ovunque da qui). Da un lato un salto nel passato, ricordando quando i salotti viennesi erano popolati di artisti internazionali, con la tristezza nel constatare che siano ormai rimasti solo anziani austriaci conservatori, dall'altro uno schiaffo nel presente, in cui i musicisti italiani non dominano più nelle corti e nei teatri dell'Europa. Eppure dovrebbe funzionare al contrario, con i giovani a leggere repertorio per puro piacere, condividendo questo momento con amici e parenti, e gli anziani professionisti con esperienza a riempire le sale da concerto anche di studenti.

Sunday, December 10, 2017

Matrimonio turco-austriaco in Stiria

C'è sempre una prima volta. Questo è stato il primo matrimonio cui ho assistito senza essere coinvolta come organista ma solo come invitata, da amica e collega della sposa. Ciò è avvenuto non al paese d'origine, ma in quello ospite, o meglio in Steiermark, con un tocco esotico dato dall'origine turca della sposa. L'evento ha fornito l'opportunità per una breve gita a cavallo del ponte dell'Immacolata tra monti innevati e deliziosi Dörfer a quasi 2h di auto da Vienna. La cerimonia civile si è svolta nell'iconico comune di Wenigzell, con alle spalle un tramonto da fiaba. Posto raggiunto in auto (con i mezzi pubblici sarebbe stato un incubo) grazie al passaggio offerto da il ragazzo austriaco di una collega greca, tornata apporta dal Regno Unito ove da poco ha iniziato un dottorato. La finestra della mia singola nel Gasthof a St. Jakob im Walde ove si è svolta la festa e dove abbiamo pernottato godeva di un panorama ameno dalla finestra. Decisamente località da visitare di nuovo, magari in primavera.

All'arrivo.
La parte burocratica e formale del matrimonio è stata molto meno fredda e distaccata di quanto mi fossi immaginata, grazie ad una rappresentante del Comune ed al piccolo intrattenimento musical-poetico organizzato dalla sorella dello sposo. La tradizione locale è stata rispettata nell'abbigliamento, con il dress code in stile Tracht. Con mia sorpresa tra le austriache dominava il nero, da noi impensabile ad un matrimonio. La sposa indossava un bellissimo Dirndl crema da matrimonio... su sandali con tacchi altissimi rosa shocking, per dare un tocco "esotico" alla combinazione. Sandali sulla cui suola tutte le ragazze nubili hanno scritto il proprio nome come augurio di trovar marito. La cena è stata tradizionalmente austriaca, dalla zuppa di zucca al cervo con mirtilli rossi, dai dolcetti alla cannella al gulasch servito dopo mezzanotte come digestivo. Ovviamente, come prescritto, dopo la cerimonia la sposa ha spostato il fiocco del grembiule da sinistra (single) a destra (sposata). I festeggiamenti sono continuati fino alle cinque di mattina con balli vari, tra ritmi mediorientali e disco. Il mattino seguente ognuno si è regolato a proprio comodo per la colazione, ma ci si è riuniti tutti nuovamente per salutare agli sposi e le rispettive famiglie prima di tornare a Vienna.

L'incontro tra due culture apparentemente così distanti, quella austriaca di paese e quella turca, è risultato quasi naturale. Un segno dei tempi che cambiano. Non c'è stata alcuna fusione, però, ognuno ha mantenuto le proprie tradizioni, adottando in parte anche quelle del partner. È stato bello vedere quanto aperto ed accogliente possa essere un paesetto sperduto tra i monti, se solo si mostra la disponibilità a rispettare il suo essere e la sua storia. Non si tratta di cambiare perdendo qualcosa di proprio, ma di crescere imparando usi nuovi. Quando gli Austriaci dei villaggi lo capiranno, smetteranno di farsi guidare la mano dalla paura nelle cabine elettorali.

Al mattino dopo.
Personalmente, più che il matrimonio, cerimonia che mi pesa per i trascorsi musicali, mi sono goduta il soggiorno in Stiria. Dal pomeriggio assolato tra boschi innevati, alla notte stellata come non si vede mai in città, all'alba rosata, al silenzio nel dì di festa tra i prati innevati, alle cappelline votive distribuite ovunque, all'odore di freddo, di stalla e di legno nella stufa, alle chiese barocche con cimitero attorno, caratteristica comune al panorama alpino austro-bavarese ove il tempo si è fermato. Pur essendo cresciuta in pianura, mi sono resa conto di essere "montanara" dentro, con la sveglia all'alba nel sangue. La gioia di salire per sentieri ghiacciati nel silenzio assoluto ed in totale solitudine in un mattino livido ha del sacro. Il frastuono della città con le mille luci e le centinaia di occasioni e d'interazione con gli altri rischia di farci perdere, oltre che di diventare un rifugio da noi stessi. Piuttosto che la solitudine tra la gente che si sperimenta nelle grosse comunità, preferisco la solitudine apparente dell'essere soli con i propri pensieri e la natura. Ovviamente chiudersi in un mondo simile sarebbe egualmente pericoloso. Ogni tanto, però, fa bene rinfrescarsi le idee e ritrovare se stessi in una pausa dalla travolgente quotidianità moderna.

Saturday, December 2, 2017

La patente: dall'indipendenza all'austriacizzazione

Quasi vent'anni fa presi la patente. Come tanti coetanei. Poco più di un mese di lezioni di teoria presso la scuola guida locale che ha dato la patente a mezzo paese, l'esame superato senza errori (d'altronde con la media che avevo al liceo era chiaro che studiare non mi fosse affatto difficile), un po' di più tempo per le guide, con l'esercizio a casa con una mitica Panda 750, l'ansia per l'esame superato per il rotto della cuffia ed ecco l'agognato giornale rosa in tre parti alla vigilia della partenza per le vacanze. A dirla tutta, ho imparato a guidare col tempo, con la pratica, con i consigli di papà, autista provetto. La patente ha sempre rappresentato un traguardo ed il primo passo verso l'indipendenza adulta. Purtroppo non va di pari passo con l'effettiva maturità intellettuale e c'è chi non vede l'ora di schiantarsi contro un platano con l'auto di famiglia. Ormai è una meta accessibile a tutti, costi a parte. C'è ancora chi crede al vecchio detto "donna al volante, pericolo costante", pensando che le femmine siano geneticamente meno portate alla guida dei maschi. In realtà è solo questione di pratica, tutti possono imparare, le donne di oggi pilotano aerei ed auto da corsa esattamente come i colleghi maschi, mentre ci sono maschi che non sono in grado di farsi due uova al tegame.

Vivendo in un paese, l'auto è fondamentale. I collegamenti con la città e gli altri paesi sono piuttosto carente, specialmente la sera (l'ultimo treno da Padova per anni era alle 21) e nel fine settimana. Prima di lasciare l'Italia usavo costantemente l'auto, per andare a suonare, per trovarmi con gli amici, per fare la spesa, per sbrogliare burocrazia, per visite mediche, etc. Solo per andare al lavoro continuavo a muovermi col treno, molto più pratico e veloce. Tutto il resto sarebbe stato impossibile o quasi senza un mezzo proprio. Per questo mi sorprende conoscere coetanei che non hanno ancora preso la patente e che non sono interessati ad averla, specialmente quando si tratta di maschi che vivono in paesetti sperduti. Altro discorso per cui, invece, non ha potuto conseguirla per le regole del paese di provenienza o perché non ha potuto permetterselo economicamente. Da quando vivo in una capitale europea non sento più la necessità di avere un'auto, sia perché i mezzi pubblici sono efficienti e convenienti, al contrario del parcheggio, e sia perché si trova a pochi passi tutto ciò di cui si ha bisogno. Ho ridotto, dunque, le guide ai ritorni dalla famiglia, quando ogni occasione è buona per fare pratica e non dimenticare come si guida.
Ciononostante, quasi alla scadenza della patente italiana, mi sono vista costretta a richiederne la conversione in quella austriaca, risiedendo a Vienna. È filato tutto liscio ed è stato molto più rapido di quanto immaginassi. Ho consegnato i documenti richiesti al Verkehrsamt della città, il quale ha provveduto a verificare la validità con la motorizzazione di Bolzano. In una settimana ho ricevuto la nuova patente, valida per 15 anni, pagando meno di quanto mi sarebbe costato un rinnovo in Italia. La nuova patente è in formato tessera. Per cavilli burocratici, alla faccia dell'equivalenza europea auspicata, ho perso il diritto di guidare l'Ape e mezzi affini, acquistando in cambio quello di guidare la moto, con alcune limitazioni. Sarà che qui di Ape non se ne vedono molte. Un piccolo cambio burocratico ma che mi ha fatto un certo effetto. Lasciare la patente italiana con la foto di quando avevo 18 anni è stato quasi come perdere un pezzettino d'italianità per acquistare un frammento di "austriacità". Una sciocchezza che che simbolicamente significa molto. Implica che il trasferimento all'estero sia più o meno permanente, almeno a lungo termine (non è una novità, non ho mai detto di voler tornare in Italia, sin dall'inizio) e che il mio paese mi riconosce un po' meno di prima, nonostante vi ci sia cresciuta e ne parli la lingua. In tempo di discussione di cittadinanza, tra ius soli in Italia ed offerta del passaporto austriaco agli altoatesini, convertire un documento nell'equivalente straniero non potendo più farlo in patria rappresenta a mio parere un passo decisivo verso l'assimilazione nel paese ospitante.

Tuesday, October 31, 2017

Lutero e la Riforma musicale

Ci siamo. La Riforma di Lutero festeggia 500 anni di vita ricordando la leggendaria affissione delle 95 tesi da parte di un monaco tedesco rivoluzionario alla porta chiesa di Wittenberg. Per "festeggiare" con i cugini luterani, non desidero entrare nei particolari teologici e storici che hanno visto Martin Luther dare vita suo malgrado ad una rottura all'interno della Chiesa, che a distanza di tempo si sta forse facendo sempre meno evidente, ma riportare un'analisi dell'importanza di Lutero nella storia della musica, non solo liturgica. Da organista mi sono imbattuta più volte nel repertorio luterano, sia nella chiesa di lingua tedesca cattolica, sia nei conservatori italiani, ove almeno il 75% del repertorio imposto per la classe di organo è di provenienza tedesco-luterana (Buxtehude, Bach, Mendelssohn, Brahms, Reger, etc.). Un mese fa a Vienna si è anticipata la ricorrenza con un'enorme festa in piazza, davanti al municipio, in cui non c'è stato spazio per il proselitismo ma si è cantato assieme e si è ascoltato pure un organo... da viaggio, montato su un camion. Dobbiamo ringraziare di questo un tedesco.

Quanto segue deriva da una traduzione ed un sunto di quanto letto qui e qui.
da qui
Martin Luther ha sempre amato la musica, tanto da considerarla al pari della teologia come scelta di vita. Si narra che il martirio di un suo seguace ucciso per la fede gli abbia ispirato il canto "Nun freut euch liebe Christen g'mein", che probabilmente gli organisti conoscono nella versione di Bach e di Pachelbel. Tale canto, che doveva dare coraggio ai perseguitati, ebbe immediatamente larga diffusione, facendo conoscere oltre confini il neonato movimento di protesta. Oltre a tradurre il Nuovo Testamento, Lutero adattò parecchi inni della tradizione gregoriana, riadattando le melodie originali e traducendo in tedesco i testi. Alcuni di questi riarrangiamenti figurano tutt'oggi nel libro dei canti della Chiesa Cattolica di lingua tedesca. Per i testi di nuovi canti s'ispirò ai Salmi ed a tesi fondanti della nuova confessione, mentre per le melodie utilizzò modificandole anche canti popolari, alcuni da taverna (come per esempio "Vom Himmel hoch, da komm ich her", non solo presente nel libro dei canti cattolico, ma noto pure nella versione italiana "Dal Cielo vengo a voi quaggiù"), persino dalla tradizione italiana ("In dir ist Freude" era originariamente una musica da ballo nostrana)
Ein feste Burg, l'inno della Riforma
Il vantaggio di questa operazione era nel portare in chiesa melodie "orecchiabili", in qualche modo note, facili da imparare, tanto da diventare Ohrwurm (come tradurlo? Quel motivo che ti resta in testa e non va più via), senza richiedere la conoscenza della musica. A dire il vero, Lutero non aveva pensato questi canti per la liturgia, bensì per il popolo, per il canto in casa o in gruppo. Il canto assieme unisce, sia in chiesa o allo stadio, sia durante una rivoluzione (si pensi alla funzione della Marsigliese o dell'Internazionale). Per la liturgia vera e propria compose una messa in tedesco, traducendo i testi dal latino. Ancora oggi, in qualsiasi chiesa cattolica di lingua tedesca si può udire "Allein Gott in der Höh" al posto del Gloria.  Tramite il canto, Lutero ha reso la gente partecipe al servizio liturgico, che prima era riservato alla schola ed al celebrante. Infine, come disse un sacerdote tedesco musicista che tenne un corso a Bxl sul nuovo libro dei canti della chiesa cattolica di lingua tedesca: "Se non fosse stato per Lutero, ora saremmo come voi (Italiani) o come i francesi, senza un repertorio musicale liturgico decente".

E che c'entra tutto ciò con la geologia? Domanda lecita, visto che il blog si occupa di entrambe le passioni della mia vita. C'entra molto, perché tra i miei colleghi austro-tedeschi gli unici credenti e non atei sono luterani, perché in escursioni o nelle occasioni di festa si cantano canoni che hanno imparato della tradizione tedesca e quindi luterana e perché qualsiasi mio lavoro all'università è sempre stato accompagnato dalla passioni e cantate di Bach come sottofondo.

Saturday, September 23, 2017

Lumie di Sicilia e spritz veneziani

Dopo tanti anni, quasi 20, sono tornata nella terra di mia madre, la Sicilia, ma né in visita ai parenti né in vacanza, bensì in escursione vulcanologica come ospite di un gruppo di professori e studenti dell’università di Vienna. La nostra comitiva era alquanto variegata, comprendendo oltre a due professori (il vulcanologo di origine greca che andrà in pensione a settimane ed il direttore di dipartimento, petrologo), due postdoc (la sottoscritta e la mia collega d’ufficio tedesca ed originariamente vulcanologa), un dottorando americano, quindici studenti austriaci (tranne due altoatesini e quindi ufficialmente italiani ma di madrelingua tedesca) di età compresa tra i 22 ed i 30 anni, più due sopra i 60 anni al secondo titolo ed una 47enne neolaureata (seconda laurea), e l'organizzatore, un post-doc di Ferrara, al quale si sono aggiunti alla fine un prof. di Ferrara e per un giorno un prof. di Catania. In questi giorni ho respirato e mangiato Sicilia, ricordando gli anni dell'infanzia ma guardandola con gli occhi di adesso, un po' come nella novella di Pirandello citata nel titolo, senza finale tragico, ovviamente.

Giorno 1
Se "il buongiorno di vede dal mattino" siamo partiti male, molto male. La fedele S7 che doveva portare me e la collega tedesca all’aeroporto è stata cancellata per causa sconosciuta (molto probabilmente un suicidio). Siamo quindi ricorse ad un taxi, condiviso con uno sconosciuto con valigia che si è rivelato essere un fisico e che si è accollato il costo del viaggio mettendolo in nota spese all'università. Solo al gate abbiamo incontrato il resto del gruppo, tutti più o meno condizionati dalla cancellazione del treno veloce. Il confortevole volo Austrian ci ha permesso di gustare le Eolie e l'Etna dall'alto. A Catania l'ordinario caos alla consegna dei bagagli e nel parcheggio, ma il van prenotato ci stava aspettando e con una bella passeggiata lungo la costa orientale sicula siamo arrivati a Milazzo. Appena dopo pranzo ci siamo imbarcati su un aliscafo con meta Lipari. Qui ci siamo trovati in una deliziosa pensione, degna di un film, ove abbiamo ascoltato le presentazioni di alcuni studenti prima di immergerci nell’atmosfera estiva e turistica della città per la cena.

Giorno 2
Tre piccoli van ci hanno portato in giro per l’isola, siamo scesi alla spiaggia attraversando la mia prima sequenza vulcanica, abbiamo ascoltato musica popolare locale ed abbiamo assaggiato i fichi d’india (entrambe le cose a me stranote), abbiamo visto una ex miniera di pomice e ci siamo arrampicati sulla tagliente ma magnifica ossidiana. Per sera abbiamo preso l’aliscafo per Salina ove abbiamo cenato magnificamente a base di pesce. Cena rovinata solo dalla notizia che l’aliscafo dopo il nostro si era schiantato sugli scogli. Avremmo potuto terminare l'escursione già al secondo giorno, in ospedale! Per la notte ci siamo divisi, alcuni in hotel, noi con gli studenti in tre appartamenti in collina, dalla vista magnifica ma relativamente lontani dal porto e dall’albergo ove facevamo colazione.

Giorno 3
Al mattino altri van ci aspettavano per portarci alla partenza della salita sulla cima del vulcano spento monte Fossa delle Felci, il più alto rilievo delle Eolie. Una sfacchinata istruttiva e premiata in vetta da un panorama mozzafiato su tutte le altre sei isole. La visita è continuata nel pomeriggio a Pollara, ove hanno girato il film “il Postino”. A parte per la scienza e per il mare, il posto mi ha intenerito per la genuinità. La frenesia dei tempi moderni sembra non essersi mai arrivata quaggiù: quattro case, una chiesetta, un chiosco di bevande, tre ragazzini che giocano a palla sul sagrato della chiesa, una donna anziana con una bambina, potevano anche essere gli anni '50.

Giorno 4
In mattinata avremmo dovuto prendere l’aliscafo per Stromboli, ove saremmo dovuti salire in vetta in notturna. Uso il condizionale perché il programma ha dovuto subire un repentino cambiamento: causa scirocco, circolazione per Stromboli interrotta. La nostra guida ha provato a trovare una barca privata, ma non davano l’autorizzazione a partire o ad attraccare. Quando è stato chiaro che non saremmo partiti in giornata e che dovevamo cancellare il giro a Stromboli perché il vento sarebbe continuato per giorni, siamo tornati in albergo, che per fortuna aveva ancora le nostre camere libere. Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro geologico a piedi tra le enigmatiche sequenze vulcaniche di Salina appena dietro l’hotel.

Vulcano
Giorno 5
Pur di non rimanere bloccati di nuovo a Salina, abbiamo preso il primo aliscafo alle 6:30 del mattino sotto una pioggia battente. Il padrone dell’hotel ci ha aiutato con i bagagli caricandoli sulla sua ape. Meta Vulcano, ossia isole interne, più protette dal vento. A Vulcano siamo giunti all’albergo tramite la spiaggia, inalando a pieni polmoni… zolfo. In mattinata siamo saliti sulla cima più alta dell’isola, Vulcano della Fossa, ove ci ha colpito un forte vento che ci ha inondato di sabbia e che rendeva difficile anche lo stare in piedi. Nella discesa la nostra guida si è sfortunatamente storta una caviglia, facendoci preoccupare non poco. Per fortuna nulla di grave. Nel pomeriggio abbiamo visitato un centro informativo dell’ingv, ove lo "spettacolo" è stato per me capire sia le sommarie spiegazioni in italiano di una studentessa volontaria sia la traduzione in inglese della nostra guida, che così ha salvato il salvabile.

Giorno 6
Avremmo dovuto prendere l’aliscafo in tarda mattinata, ma sempre causa mare mosso siamo potuti partire solo nel pomeriggio, aspettando per ore al porto. Il viaggio è stato animato da mare mosso, con l’aliscafo che andava con la punta sotto l’acqua per poi emergere per metri verso il cielo. Per caso mi sono trovata come vicino un simpatico signore originario della Sicilia e da anni a Zurigo, con cui chiacchierare sia in tedesco sia in italiano. A dispetto dei timori siamo arrivati tutti sani e salvi a Milazzo, ove il pullmino ci aspettava per portarci sull’Etna. Prima di raggiungere il rifugio Ragabo con l'oscurità, ci siamo fermati alle magnifiche gole dell’Alcantara, tra spettacolari basalti colonnari, ed abbiamo attraversato deliziosi paesini abbarbicati sulle alture, un panorama da presepio.

Giorno 7
Siamo stati raggiunti dal prof. di Ferrara che avrebbe dovuto organizzare il tutto, da un prof. di Catania e da due ricercatori dell’INGV. Con due jeep ed un pullmino VW siamo saliti fino 3000 m tra le vecchie colate per poi proseguire a piedi fino in vetta, a 3330 m slm. Il vento e la quota tagliavano il respiro, oltre ai gas in cima, raggiungibile proprio grazie al vento che li spazzava in direzione opposta a noi. Altrimenti avremmo rischiato di fare una fine simile a quella della famiglia a Pozzuoli. Durante la discesa ci siamo fermati per osservare la Valle del Bove e per vedere come vengono campionati i gas emessi dal vulcano. Nel tardo pomeriggio, iniziando ad avere un fastidioso mal di gola ed arrabbiata per alcune notizie da Vienna, ho fatto un giro di sfogo con due colleghe austriache, osservando una quasi recente colata.

Giorno 8
Dopo una breve visita ad un un lava tube impressionante, nelle vicinanze del rifugio, siamo scesi col pullmino ad Aci Trezza, passando dai 0°C della vetta dell'Etna ai 33°C a quota mare. Qui abbiamo visto i faraglioni di trachi-basalti colonnari, segno della prima fase eruttiva dell’Etna, e della lava a cuscini presso Aci Castello, ove mi sono goduta l'ultima granita con brioche per pranzo. Nel pomeriggio siamo andati a Catania e mentre i colleghi visitavano una stazione dell’INGV, la collega tedesca, una studentessa ed io siamo andate in aeroporto, non senza aver visto i principali monumenti del centro. In serata abbiamo preso un volo Ryanair verso Treviso, con nello stomaco un arancino e negli orecchi l'ennesima discussione tra passeggeri ed addetti della compagnia per i bagagli (noi eravamo in regola). Come tratta e come orario ci è convenuto, ma quando possibile evito questa compagnia, nonostante sia la prima che mi abbia portato in aria tanti anni fa. A Treviso ci hanno accolto pioggia e freddo, fine dell'estate.

Catania
Giorno 9
A questo punto era chiaro che il mio mal di gola fosse solo il preludio di un potente raffreddore. Indisposizione a parte, ho portato la collega tedesca alla scoperta di Padova, città secondo me sottovalutata, ricca di storia e di angoli meravigliosi. Dopo il viaggio in USA non posso che apprezzare sempre di più l’Europa. C’è stato pure il tempo per una passeggiata a Montegrotto, per un gelato, nonostante qualche goccia di pioggia, per una pizza con un amico ed ex-compagno delle elementari e per godermi i miei genitori ed il nostro gattone.

Giorno 10
Ho portato la collega anche a Venezia, ove abbiamo preso una solenne lavata. La città è comunque sempre magnifica, con la pioggia, con la nebbia o col sole. Per pranzo ho bevuto finalmente uno spritz come si deve, scambiando due chiacchiere con la barista del posto, incastonato tra il Ghetto e le Fondamenta, ove il grosso dei turisti non arriva. Cena in casa, condita da medicina e rimedi della nonna, perché il raffreddore era piuttosto pesante.

Giorno 11
Ultimo giorno in Italia. Un magnifico sole ha illuminato un breve giro tra i miei colli, tra monasteri e vigneti. Nel pomeriggio la collega ed io ci siamo avviate in treno verso Vienna. Sapevamo già che la linea era interrotta causa lavori, ma l’organizzazione austriaca ci ha piacevolmente sorpreso. A Mürzzuschlag ci attendevano tre capienti autobus che velocemente ci hanno portato a Wiener Neustadt da cui abbiamo continuato con un veloce Railjet, arrivando a Vienna in perfetto orario. Bentornate in Austria!

filosofia nostrana
Considerazioni finali.
È sempre strano vedere i luoghi da cui si proviene e dove si è cresciuti con gli occhi del turista. Se ne apprezza finalmente la bellezza e si comprendere il perché tanti attraversino gli oceani per farvi una visita. Si prova anche l'amarezza di vedere la patria "sì bella e perduta", nel senso di trascurata, di non funzionante come potrebbe, oltre alla consapevolezza dell'impossibilità del ritorno. Per i compagni di viaggio è stato sicuramente differente. Loro hanno visto un luogo di vacanze ove vorrebbero sicuramente tornare. In questo senso, il lavoro delle Eolie in campo turistico è lodevole.
Questo viaggio ha fornito a tutti anche l'occasione di confrontarci con i nostri pregiudizi, tra nord e sud ed Italiani e stranieri. Abbiamo anche potuto verificare quanto alcuni luoghi comuni corrispondano a verità. In Sicilia si vive ancora con i ritmi della natura, senza stress, prendendo quel che viene, mentre nel nord ci bagniamo letteralmente prima che piova, andando nel panico se qualcosa non funziona come programmato. 
Dal punto di vista scientifico ho imparato molto. Avevo già visto molti dei posti visitati, ma prima di studiare geologia e soprattutto senza una guida vulcanologica. Ciò che ho intuito di straforo dall'ambiente accademico italiano, però, ha tristemente confermato l'impressione che mi sono portata dietro otto anni fa. L'Austria non è il paradiso della ricerca, ma almeno un minimo di meritocrazia è riconosciuto e valorizzato ed il rapporto con i docenti è basato sul rispetto reciproco. Certe idee sono talmente radicate in Italia che si tramandano inconsciamente. A pagare è la nostra generazione, sospesa tra precariato e tempo che passa.

Saturday, September 2, 2017

Posti che non esistono più: la casa dei nonni

I miei nonni avevano radici in Veneto ed in Sicilia. La casa della nonna a Lentini (SR), poiché il nonno era mancato prima che io nascessi, è più pallida nei miei ricordi, ma ben presente. Quand'ero piccola andavo in Sicilia tutti gli anni, un anno in treno con la mamma ed un anno con entrambi i miei in camper (o roulotte all'inizio). Ricordo la stradina laterale che proprio davanti all'ingresso del caseggiato si tramutava in scalinata fino quasi la piazza centrale del paese. L'ingresso dava su un cortile dominato da un albero di fico. C'era una scala su cui si aprivano diversi ingressi. Tipica struttura di casa siciliana del XVII secolo. L'ultimo ingresso, in cima alle scale, con un terrazzino davanti, era quello della nonna. Appena entrati si notavano la penombra (Sicilia d'estate...) e la frescura (data dallo spessore dei muri). In ingresso c'era un salottino di paglia. Poi di fronte c'era la cucina,relativamente grande, specialmente rispetto la nostra. Dopo la cucina sulla destra c'era la camera della nonna e poi il salotto. Ove c'era il salotto si trovava una volta la camera dei nonni. Il salotto era di velluto blu.
Vecchia cartolina di Lentini. dal web.
La stanza aveva una porta finestra che dava su un balconcino affacciato sulla scalinata sottostante ed uno stanzino, forse pensato come un guardaroba dal costruttore. In fondo al corridoio c'era il bagno. Sulla sinistra la stanza dove per un certo periodo dormiva mio zio, la scaletta per andare in terrazza ed uno spazio in cui ricordo di aver giocato con uno dei miei cuginetti. La terrazza sul tetto era grande quanto l'appartamento, c'era anche una stanza chiusa che non ricordo e la cisterna per l'acqua. Lentini non è in piano e man mano che si sale diminuisce la pressione nelle tubature dell'acquedotto, specialmente durante il giorno quando aumenta la richiesta. Per questo quasi tutti avevano una cisterna sul tetto che si riempiva durante la notte e garantiva il flusso d'acqua diurno. Chissà se nel frattempo hanno risolto il problema. Il ricordo della casa è strettamente legato a quello della nonna, che da piccola mi ricordava la regina Elisabetta d'Inghilterra, non solo per come portava i capelli brizzolati e mossi, ma anche perché nelle grandi occasioni aveva un gusto particolare per vestirsi, spesso indossando graziosi cappellini in stile... regina Elisabetta. La casa fu pesantemente danneggiata col terremoto del 1990 e ci vollero dieci anni per risistemarla. Non la volli vedere con le travi di sostegno ed i muri squarciati. Non credo di averla vista dopo il restauro, non sono più andata in Sicilia per parecchio tempo. Dopo la morte della nonna la casa è stata venduta.

I nonni di Padova vivevano nella casa costruita (o fatta costruire) dal bisnonno, con aggiunte fatte dal nonno. Per la vicinanza e per averla frequentata più a lungo, me la ricordo benissimo. L'ingresso, rialzato, aveva un pavimento in pietra scura sempre perfettamente lucidato. Alle pareti c'erano la pendola ed un guardaroba con specchiera fatto dal nonno (falegname). Di fronte c'erano la scala per andare al piano di sopra e la porta per accedere al laboratorio del nonno ed al bagnetto annesso, mentre a sinistra si andava in cucina ed a destra in tinello. La cucina era spaziosa, con un grande tavolo coperto di materiale plastico rosso ed i mobili chiari. A destra c'era la vecchia macchina da cucire della nonna (sarta). Tra le finestre il mobiletto ove troneggiava il televisore, sotto l'ultima finestra l'angolo della prozia (ricamatrice), con i suoi filati. 

Vecchia cartolina dell'Arcella, dal web.
La cucina vera e propria, ossia dove si cucinava, era uno stanzino con ampio lavello e soprattutto la vecchia stufa a legna, che la nonna usava anche per fare la polenta. Ovviamente era dotata di moderni fornelli a gas e forno, ma d'inverno si accendeva comunque la stufa. Il tinello, invece, era un'imponente sala da pranzo, circondata dai divani da salotto, originariamente di un velluto beige ma sempre coperti da dei teli blu con fiorellini rossi per proteggerli dalla polvere. Al piano di sopra c'erano le camere, quella della prozia con due letti singoli, ove dormii anch'io, e quella dei nonni con letto matrimoniale. Dai comodini agli scuri delle finestre, era tutta opera del nonno. La prozia aveva anche due rumorosissime sveglie a carica manuale e le foto dei bisnonni in formato gigante appese alle pareti. Tra le due camere si apriva un piccolo terrazzo su cui andavamo la sera d'estate. Con un corridoio sospeso, aggiunto in seguito, si raggiungeva il retro della casa, più recente. Qui c'erano la cameretta che una volta era di mio padre, poi adibita a magazzino, la camera che era di un'altra prozia, mancata quand'ero piccola, ed il bagno nuovo con vasca. Il laboratorio del nonno aveva il pavimento a pietroni, perennemente coperto di trucioli di legno, un'enorme tavolo da lavoro con delle altrettanto grandi morse e tutti gli attrezzi distribuiti attorno. Dal laboratorio si accedeva a quello che chiamavano garage, anche se non c'erano solo le vecchie bici e strumenti di lavoro vari. Ho preso in prestito spesso la bici della nonna, con i freni a bacchetta. Vi ho girato tutta Padova, specialmente il centro, benedicendo l'antico ciottolato. Dietro la casa c'era un grande giardino, con la roulotte dello zio ed una parte destinata ad orto. Lì per la prima volta ho assaggiato i piselli crudi, direttamente dal baccello. Avevo imparato a conoscere i vicini e soprattutto le anziane amiche della nonna e della prozia, oltre alle altre anziane conoscenti sulla via verso la chiesa di San Carlo, ove si andava sempre a piedi.  Se ne sono andati prima il nonno, quand'ero ancora alle medie, poi la nonna, quand'ero già all'università, e poco dopo anche la prozia. La casa è stata presa dallo zio, che l'ha riedificata dalle fondamenta. Anche gli edifici attorno sono cambiati, al posto di alcune cantine c'è un palazzone da 27 appartamenti. La stradina sterrata da cui si accedeva al cortile è stata asfaltata. Il quartiere è cambiato, non è più quella prima periferia tranquilla che conoscevo. 

La casa dei nonni, con i suoi rumori ed odori, esiste ora solo nei ricordi, stimolati da qualche oggetto rimasto. Un giorno sarà così anche per la casa ove vivono i miei? Probabilmente sì. Negli ultimi 8 anni ho cambiato 5 case in tre nazioni e l'appartamento ove vivo al momento è di durata precaria come il mio lavoro a Vienna. La casa ove sono cresciuta è ancora lì, si modifica col tempo in base alle esigenze, ma temo che non andrò mai ad abitarci. Sarà un grande dispiacere cederla a qualcun altro o alle ruspe. I miei hanno dovuto lasciar andare le case ove sono nati. Un giorno, forse, mi farò anch'io una casa come hanno fatto loro o comprerò un appartamento o forse continuerò a vagare. Non ho mai sognato una casa mia.

Wednesday, August 9, 2017

Impressioni d'America (USA)

L’annuale riunione della Società Meteoritica che in passato mi ha portato a Londra, Casablanca e Berlino si è svolta quest’anno a Santa Fe, New Mexico, USA. Per convenienza di viaggio, ho girato negli Stati Uniti per ben 15 gg., passando per tre stati. Durante questa permanenza ho avuto modo di farmi un’idea più completa degli USA. Non ero sola, bensì con una collega tedesca che lavora al museo, così non solo ho affrontato l’esperienza in compagnia, ma ho pure potuto continuare ad esercitare il tedesco.

Cronaca di viaggio:
  • Ven: volo Austrian Vienna-Chicago. Pernottamento vicino all’aeroporto in hotel squallidino, con tassisti imbroglioni da e per l’aeroporto. 
  • Sab: volo United Chicago-Albuquerque, con primo contatto con il caos dell’aeroporto di Chicago. Piacevole shuttle dall’aeroporto di Albuquerque all’hotel a Santa Fe, preceduto dal primo pranzo new mexican, piccante ed abbondante.
  • Dom-Ven: workshop pre-convegno e settimana di convegno a Santa Fe, tra politica e scienza, escursioni geologiche locali e cene di gala (welcome party in tema spagnolo con danzatori di flamenco, cena sociale in tema messicano con musicisti mariachi e karaoke finale, cena di saluto in tema indiano con benedizione). 
  • Sab-Lun: escursione geologica in Arizona, tra Painted Desert, foresta pietrificata, San Francisco volcanic field, Grand Canyon e Meteor Crater, con pernottamenti a Flagstaff e guida in stile militare.
  • Mar: giorno in auto, noleggiata da collega tedesco, tra i parchi nazionali attorno ad Albuquerque e visita a Los Alamos.
  • Mer: volo Albuquerque-Chicago. Pernottamento vicino all’aeroporto.
  • Gio: giornata in aeroporto causa mancanza di deposito bagagli e disorganizzazione locale, invece della programmata visita alla città. Volo Chicago-Vienna con partenza con 4h di ritardo causa maltempo.
  • Ven: felice arrivo a Vienna, Austria, Europa.

una via del centro a Santa Fe
Santa Fe è una cittadina molto carina, pulita, volutamente tradizionale, focolaio di arte e cultura tra Spagna, civiltà Pueblo, Messico e gli USA di oggi. Vi ci si trova la più antica chiesa di tutti gli USA, San Miguel, di ben 400 anni, un record per il posto, una bazzecola per l’Europa, considerando che il Pantheon di Roma ha quasi 2000 anni. Assolata e verde, nonostante in mezzo ad una sorta di deserto su un altipiano di 2000 m s.l.m.. La gente è cordiale e sorridente, tranquilla, con la lentezza del sud nel fare le cose. Geologicamente parlando finalmente mi sono goduta dei meravigliosi graniti e degli shatter cones senza ombra di dubbio, nonostante la pioggia nel giorno della prima escursione ed il mancato arrivo dell’autobus nel secondo giorno programmato. 
Albuquerque, invece, è la grande città, in cui la parte storica è limitata e ricostruita e la parte nuova è dominata da grattacieli in stile “americano”, circondata da autostrade importanti e trafficate, attraversata dalla famosa Route 66 e purtroppo popolata da capi dei vari cartelli della droga. La città paga le dimensioni, la vicinanza relativa al confine col Messico e la povertà dei locali nativi ed immigrati. Panoramicamente è spettacolare, sormontata e circondata da montagne. Il paesaggio cambia rapidamente dal deserto ai boschi “alpini”, da un’enorme caldera vulcanica e relative colate impressionanti alla stratificazione orizzontale triassica, dai profondi canyon scavati da scarni corsi d’acqua al verde che accompagna il Rio Grande. Aeroporto piccolo ma carino ed ordinato.

La chiesa di San Miguel, la più vecchia in USA.
La parte nord-orientale dell’Arizona offre vedute magnifiche. A perdita d’occhio… il nulla. Per chilometri e chilometri si vedono solo altipiani intagliati artisticamente da processi erosivi ed alture di origine vulcanica. La riserva Navajo testimonia l’egoismo dei conquistatori europei che hanno preferito sfruttare il territorio con allevamenti di dimensioni impressionanti relegando i nativi in zone desertiche o quasi, ove questi continuano a vivere in povertà in baracche o roulotte. Per recuperare, gli americani di oggi hanno creato parecchi parchi nazionali, con sentieri asfaltati per permettere ai turisti in ciabatte di visitarli (ma non a chi ha mobilità limitata) e regole restrittive sulla conservazione del paesaggio (non si può toccare nulla). L’eccesso si raggiunge con il Barringer Meteor Crater, che appartiene alla famiglia Barringer. È onorevole che tentino di preservare il primo cratere d’impatto meteoritico riconosciuto come tale e che allo stesso tempo lo rendano accessibile ai visitatori, che finanzino progetti di ricerca e studenti con i soldi guadagnati dal turismo e che contribuiscano alla diffusione della cultura scientifica in un paese piuttosto chiuso religiosamente (gente incontrata per caso confondeva la meteorologia con le meteoriti o i crateri vulcanici con quelli d’impatto e vaneggiava di yeti di montagna ed impatti catastrofici ogni 3000 anni, per tacere dei cartelli dei creazionisti lungo la strada), ma impedire a dei geologi di osservare da vicino determinate caratteristiche, di tenere con le proprie mani un sasso e di condividere foto di strutture peculiari è un’esagerazione ridicola, a mio parere. Da noi, in Europa, i parchi sono per essere vissuti, con la coscienza che nulla è per sempre, anzi la Terra è in continua evoluzione. Altra differenza, da noi si ammirano maggiormente le opere dell’uomo, dall’architettura alla pittura, dalla musica alla letterature, data anche la storia e la densità della popolazione, negli USA, invece, le opere della natura, perché gli umani si concentrano in poche città o vivono separati da centinaia di km.
Il Grand Canyon al tramonto.
Della città di Chicago non sono riuscita a vedere nulla, tranne l’aeroporto e l’area adiacente, dominata da nomi germanici. Vi regna la disorganizzazione totale e la popolazione non è particolarmente gentile, al contrario di Texas, Arizona e New Mexico. L’aeroporto è enorme, possiede 5 terminal, ma è caotico e privo di negozi interessanti, se confrontato ad Heathrow. Non è possibile lasciare i bagagli in un deposito, i tassisti fanno il loro piacimento senza regole,  mancano indicazioni chiare e comprensibili su come e dove raggiungere la stazione degli shuttle per gli alberghi della zona, i taxi, il treno per la città, gli autobus, il collegamento tra terminal, etc. Detto da due persone, come la collega e la sottoscritta, che sono abituate a viaggiare, dall’Australia al Giappone. I controlli per la sicurezza sono inutilmente ed eccessivamente pesanti, anche per chi li effettua. La trovo una cosa priva di senso, perché ribaltare mm per mm una valigia, invadendo la privacy del possessore, solo perché vi sono delle innocue rocce, della crema di nocciole o un flauto metallico, facilmente individuabili ai raggiX, non previene un possibile attacco effettuato con materiali ammessi col bagaglio a mano. Come discussi una volta con un’addetta in Belgio, sono più pericolose la cintura di cuoio, le matite appuntite e le penne di un gancio metallico o di un tagliaunghie. Senza contare che negli USA troppa gente gira armata ed i notiziari ogni giorno riportano di sparatorie. Altro che attacchi terroristici, il vero pericolo sono il traffico (non esistono marciapiedi o regole di sorpasso, i mezzi sono enormi ed hanno limitata visibilità) e la gente armata. Un altro aspetto che mi ha colpito negativamente è lo standard alberghiero. Stanze enormi per letti matrimoniali per single, bagni minuscoli con docce-vasche mortalmente pericolose e totale mancanza di spazzolone per il wc, cosa piuttosto imbarazzante. Parliamo dell’aria condizionata con temperature da freezer? Il mal di gola e la bronchite sono dietro l’angolo, si passa continuamente tra il caldo soffocante dell’esterno ai 18°C dell’interno, per cui bisogna portarsi dietro una giacca per non gelarsi. Per tacere della mentalità dell’usa e getta, per cui la colazione è servita su bicchieri e piatti di plastica da gettare dopo l’uso. In Europa, pure nella più misera pensione dell’est o nel più economico ostello ho sempre trovato piatti e tazze di ceramica e posate di metallo, magari dell’IKEA, ma non di carta o plastica! Durante questo soggiorno mi è stato ripetuto più volte di essere europea. La nostra guida in escursione trattava gli “ospiti internazionali” come degli emeriti ignoranti. Ospiti che a parte un’australiana, tre brasiliani ed una marocchina (comunque tutti molto europei per abitudini) venivano tutti dall’Europa.

Il convegno. Come ho detto più volte, non amo particolarmente il MetSoc perché una riunione politica più che scientifica. Stavolta, però, la perfetta organizzazione di una tedesca trapiantata negli USA ha permesso un buon equilibrio tra studenti ed anziani ed un’ottima possibilità di visibilità e di scambio per i ricercatori emergenti. La parte politica ha dominato comunque, anche se  la vecchia guardia sta progressivamente cedendo il passo per questioni di età e molti europei ed americani hanno "boicottato" l'occasione. Ergo, nonostante la politica ho potuto conoscere altri ricercatori e scambiare idee e promesse di collaborazione. Spero riesca a portare avanti i progetti nati in questi giorni. Ho apprezzato molto che una volta tanto le escursioni del mercoledì avessero tema geologico e non meramente turistico, come solitamente accade in questo convegno. Nonostante apprezzi l’opportunità di visitare posti nuovi in giro per il mondo grazie al convegno, preferirei gustarmeli rimanendo qualche giorno in più piuttosto che rinunciare alla geologia locale, che da sola difficilmente potrei comprendere.


Bilancio finale. È stato interessante, ho visto ed imparato, ma l’esperienza di Chicago e le battute sull’Europa (dettate forse da un sopito complesso d’inferiorità) mi hanno amareggiata. I panorami naturalistici mozzafiato ed ai laboratori superattrezzati non sono motivi sufficienti per me per pensare di lasciare il "vecchio continente"! (N.B. "vecchio" storicamente, ma non geologicamente parlando)

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